La
rivoluzione di febbraio
Sin dall'agosto 1916, di fronte alle sconfitte nella
I
guerra mondiale, il blocco liberale alla duma
(l'assemblea legislativa) guidato dal Partito dei Cadetti aveva reclamato un
governo che godesse la fiducia della opinione pubblica. Le ingentissime perdite
militari (7 milioni tra morti, feriti e prigionieri dall'inizio della guerra)
avevano infatti richiesto l'arruolamento di nuovi effettivi, sottraendo uomini
alla produzione e provocando una drastica e generalizzata riduzione del tenore
di vita. Si moltiplicarono le manifestazioni di protesta popolare, sino allo
sciopero generale di Pietrogrado del 10.III (25.II secondo il calendario
giuliano ancora in uso in Russia) 1917: i reparti dell'esercito inviati a
reprimerlo fecero causa comune con gli scioperanti e conquistarono la fortezza
di S. Pietro e Paolo, liberando i detenuti politici. Lo zar Nicola
II aggiornò la Duma, che rispose eleggendo un Comitato provvisorio, mentre
si costituiva il Soviet (consiglio)
degli Operai e dei Soldati di Pietrogrado, espressione diretta delle masse
popolari. Soviet e comitato si accordarono per nominare un governo che
garantisse le libertà civili e politiche e convocasse un'assemblea costituente:
formato il 15.III.1917 e presieduto dal principe G.E. L'vov, fu composto da
ministri del Partito dei Cadetti, con l'eccezione del socialista rivoluzionario A.
Kerenskij; la sera stessa lo zar Nicola II abdicò. Benché non
ufficialmente abolita, da questo momento la monarchia cessò di svolgere un
qualsiasi ruolo nelle vicende russe. Numerosi soviet si costituirono in tutto il
paese, ponendosi di fatto come potere parallelo rispetto al governo provvisorio.
Questa precaria situazione istituzionale rispecchiava la profonda divisione
della società russa tra una minoranza agiata, politicamente rappresentata dal
moderato e liberale Partito dei Cadetti, e le grandi masse popolari, divise tra
le varie correnti del socialismo
russo. Mentre il Partito Socialista rivoluzionario, erede delle tradizioni
ideali del populismo, godeva di
grande seguito tra la popolazione rurale, alla
tradizione
marxista
delle socialdemocrazie europee si
richiamavano i bolscevichi e i menscevichi,
molto influenti nelle aree urbane e industriali, ma divisi sulle prospettive
rivoluzionarie e sul problema del proseguimento della guerra. I menscevichi
erano convinti della necessità di una fase democratica borghese come premessa
per l'instaurazione del socialismo e vedevano il proseguimento della guerra come
mezzo per tutelare la rivoluzione dagli Stati reazionari.
Il leader dei
bolscevichi, N. Lenin , invece,
tornato in Russia dal suo esilio svizzero (16.IV.1917), propugnò nelle sue Tesi
d'aprile la cessazione immediata del conflitto, la nazionalizzazione
delle banche e della terra e il passaggio di tutto il potere ai soviet.
I
governi provvisori
Tra marzo e ottobre 1917 si succedettero tre governi provvisori (presieduti
il primo da L'vov e gli altri due da Kerenskij), con la partecipazione di
cadetti, menscevichi e socialrivoluzionari. Ogni potere costituito risultava
comunque messo in discussione: nelle campagne i contadini si impadronivano delle
terre dei grandi proprietari; nell'esercito soviet di soldati si contrapponevano
all'autorità degli ufficiali, ostacolando la continuazione dell'attività
bellica; gli operai richiedevano il controllo sulla produzione industriale;
infine Polonia, Finlandia, Ucraina, Lettonia, Estonia e Bielorussia
rivendicavano l'indipendenza. I bolscevichi fecero proprie queste
rivendicazioni, spingendo verso una radicalizzazione della crisi. Il sanguinoso
fallimento di un'offensiva generale dell'esercito voluta da Kerenskij provocò
un'insurrezione a Pietrogrado (VII), per la quale Kerenskij accusò i
bolscevichi di agire al soldo dei tedeschi e li pose fuori legge, costringendo
Lenin a rifugiarsi in Finlandia. Quando però le forze controrivoluzionarie
trovarono un punto di riferimento nel comandante supremo dell'esercito, generale
L. Kornilov, Kerenskij dovette fare
appello proprio ai soviet controllati dai bolscevichi per fermare il generale,
in marcia su Pietrogrado con le sue truppe (IX).
La
rivoluzione d'ottobre
Forte del ruolo dei bolscevichi nella sconfitta di Kornilov e di fronte alla
debolezza del governo provvisorio, Lenin, rientrato dalla Finlandia, convinse i
bolscevichi a preparare l'insurrezione armata per conquistare il potere. Furono
formati un ufficio politico e un Comitato Militare Rivoluzionario capeggiato da L.
Trotzkij, che fissarono l'insurrezione per il 7.XI.1917 (25.X secondo il
calendario giuliano). I bolscevichi presero possesso dei punti strategici di
Pietrogrado quasi senza spargimento di sangue; fu assaltato il Palazzo
d'Inverno, sede del governo provvisorio, i cui membri, salvo Kerenskij che riuscì
a fuggire, furono arrestati. L'8.XI il II congresso panrusso dei soviet, a
maggioranza bolscevica, proclamava la repubblica sovietica, governata da un
consiglio dei commissari del popolo. I primi decreti riguardarono l'abolizione
della proprietà privata delle terre
e la loro distribuzione ai contadini, la smobilitazione dell'esercito,
l'apertura di trattative di pace con la Germania (che fu firmata il 3.III.1918 a
Brest-Litovsk), il controllo operaio
sulle fabbriche e la nazionalizzazione delle banche, mentre il Partito dei
Cadetti fu messo fuori legge. Sciolta alla prima riunione (18.I.1918)
l'Assemblea Costituente, eletta prima dell'insurrezione dell'ottobre e in cui i
bolscevichi erano in minoranza, la capitale fu trasferita a Mosca (28.II.1918) e
il 9.VII il V congresso panrusso dei soviet proclamò la costituzione della
Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. La guerra civile contro le
forze controrivoluzionarie sarebbe durata fino al 1922, ma erano state così
gettate le fondamenta dell'URSS.